Palio remiero della città di Luino
Da ormai nove anni la Canottieri Luino organizza il Palio Remiero, una delle manifestazioni più belle e più importanti del luinese, che vede i nove rioni lottare fino all'ultimo metro per aggiudicarsil'ambito trofeo. Da qualche anno sta avendo buon successo anche il Palio interforze, che vede le forze dell'ordine sfidarsi a colpi di remi davanti a un caloroso pubblico.
ALBO D' ORO
1994 RISORGIMENTO
1995 COLMEGNA
1996 MENOTTI
1997 COLMEGNA
1998 VOLDOMINO SUPERIORE
1999 VOLDOMINO SUPERIORE
2000 VOLDOMINO INFERIORE
2001 COLMEGNA
REGOLAMENTO DI REGATA
La competizione si svolgerà come segue:
- partenza con corda tesa da riva
- al via del giudice arbitro il timoniere potrà lasciare la corda
- le barche dovranno virare in senso antiorario su entrambe le boe
- il traguardo si considererà tagliato quando dopo la seconda virata, la poppa dell'imbarcazione avrà oltrepassato completamente la linea di congiunzione tra la statua della Madonnina del porto vecchio e la bandierina del giudice arbitro
I 9 rione del palio remiero
| CARMINE | COLMEGNA | CREVA MONCUCCO |
| MENOTTI | MOTTE | PORTO VECCHIO |
| RISORGIMENTO | VOLDOMINO INFERIORE | VOLDOMINO SUPERIORE |
Hanno
un bel dire quelli del Porto;a i Carmenitt portavano un po' di vivacità nella
stagnante vita della parrocchia che certo non erano i Caviùn, a
movimentare. Tutti, se volevano una grazia, era alla Madonna del Carmine
che dovevano rivolgersi e l'autentica festa patronale di Luino è rimasta
la sua non quella di S. Pietro. Il prestigio del passato non si valuta
a numero di case o palazzi, ma nei segni evocativi di grandi momenti nella
storia d'un popolo. Non contano granché feudatari, notabili e politici
di fronte alla fresca fede d'un fraticello carmelitano, lacopo Lumi, che
seppe trascinare i Luinesi, già allora apatici e diffidenti, all'impresa
di costruire una nuova chiesa e un convento; e col suo fervore tutti contagiò tanto
che ben presto il popolo Io proclamò beato.
Si era nella seconda metà del 400: per tre secoli i carmelitani
promossero dal basso la religiosità popolare, propagandarono entro
le valli la devozione alla Madre celeste. Certo vennero talora in contrasto
con il clero ufficiale; talora le due schiere che non andarono tanto per
il sottile a menarsi croci in testa. Ma la soppressione del convento fu
una grave perdita di cui approfittò soltanto il conte Crivelli,
comprando i fabbricati dismessi; e il vecchio convento servì ancora,
cent'anni fa, per ospitare un "collegio civico" e quindi per nuovamente
distribuire educazione e cultura.Dopo di ciò ha minor rilevanza
la formazione del nuovo centro commerciale tra via Veneto e via XXV Aprile;
molto di più preme ricordare il lungolago che nell'anteguerra fu
prolungato sino alle spiagge del Lido; alle sue spalle sulla riva di S.
Onofriosorse anche la più grande fabbrica luinese. la Ratti, che
da tempo ha compiuto il secolo di vita. Se una malattia incurabile mina
il viale dei platani, ben è vero che questa autentica facciata di
Luino subisce un degrado perché i politici d'Oltreluina niente hanno
fatto per restituirle la veste leggiadra d'un tempo. E tuttavia la Rotonda,
o Rondò, resta un simbolo di Luino e l'almanacco luinese qui ha
dovuto mettere capo per trovare il suo nome.E proprio in cima al maestoso
viale che dalla Rotonda prende avvio, troviamo quello che nessuno vorrà negare
essere il simbolo della nuova Luino, la stazione internazionale. Fu costruita
nel 1882 ma conserva una fresca maestosità. Se è ben vero
che Chiara è nato in riva al Porto, qui nell'infanzia trovava il
mondo dei sogni (di altre vicine mete, da lui celebrate, tacciamo per decoro).
Qui si spalancarono per Luino le vie d'Europa e le sorti che parvero radiose,
l'illusione di diventare la meta per un turismo d'élite. La Beccaccia
si mutò nel Simplon; la capricciosità dei confini rionali
ha abbandonato ai rivali la dipendenza liberty che fu poi il Verbania ed
oggi è il centro culturale di Luino, ma è chiaro che il Carmine
ha tutti i diritti per rivendicare l'appartenenza sua e della Terrazza,
resa celebre in tutte le antologie dalla poesia di Sereni. Ancor oggi alberghi
e ristoranti trovano felicemente sede nelle ampie strade che la previdenza
ottocentesca seppe tracciare, e che tuttora ben resistono al traffico;
volto ridente in cui ancora non è venuta meno la frescura dell'aria
di lago e la distesa visione di bianche vele che scorrono liete sul lago...
É l'unico
fra i rioni cui si deve riconoscere di 'aver voluto' essere luinese. Colmegna
in effetti appartenne sempre alla parrocchia e al comune di Agra; ne era,
per cosi dire, il porto. Successivamente, per ovvia maggior facilità di
comunicazioni, fu aggregata a Maccagno; sin quando nei nostri anni 50 un
referendum popolare sancì l'unione con Luino, cui i residenti dovevano
comunque far capo per i servizi circondariali. Che poi l'intenso affetto
trascinasse ad ottenere una costosa fermata ferroviaria che i maligni asseriscono
essere di scarsa utilità agli abitanti, é storia recente.Non
mancano a Colmegna i segni del passato. Alcune attività manifatturiere
trassero energia dall'acqua, allo sbocco del torrente Colmegnino nel lago:
in antico i mulini, poi un piccolo stabilimento tessile. Più in
alto il toponimo "Torretta" suggerisce la possibile esistenza di una torre
d'avvistamento. Domina il villaggio, raccolto intorno alla chiesa di S.
Caterina, un fabbricato dalle leggiadre archeggiature: la Casneda. Non
si sa se abbia tratto il nome dai Casnedi di Runo, che ne furono proprietari,
o se ai medesimi l'avesse dato, derivandolo dai castagneti che poco sopra
fanno da verde cornice all'abitato ("castaneta"): il maestoso albero non é più indispensabile
come un tempo per la base alimentare della gente di montagna, che ne aveva
gran cura, innestando sui selvatici le qualità ritenute migliori.
Una cappella ricorda devozione e memorie della famiglia, da cui uscì Raffaele,
non disprezzabile pittore accademico di fine 800, che più volte
ritrasse l'avita dimora e l'ampia visione di lago che si gode lassù.
Giova avvertire che, se i Lumesi del "centro" qualche opera d'arte possono
vantare, debbono mettere ai posti d'onore i Quattro Evangelisti che il
Casnedi dipinse nella loro parrocchiale, per il cui progetto del resto
dovettero ricorrere a un altro della periferia nord, l'architetto Natale
Pugnetti da Garabiolo.Il golfo riparato e ben esposto <sotto la Casneda
sopravvivono annosi olivi) da sempre si é prestato alla villeggiatura.
Belle ville signorili sorsero nell'Ottocento e nei primi anni del nostro
secolo; l'una é stata volta in albergo, con terrazza che si spinge
sul lago, l'altra mostra a lato della strada notevoli caratteri di architettura "liberty";
una terza domina il lago da un promontorio aprico; fu dei Solera, famiglia
di Campagnano da cui uscirono Giuseppe, sindaco di Luino, e Temistocle,
il librettista del Nobucco. Le fortune turistiche si sono rinnovate con
la marea tedesca degli anni 60-'70, e qualche colata cementizia di troppo
ha turbato il paesaggio.L'ambiente naturale e i giovani del tempo dì guerra
sono l'argomento d'un bel libro di Guido Petter, illustre pedagogista dell'Università di
Padova che a Colmegna è nato; egli ha rievocato, insieme con la
propria adolescenza, quella dei Ragazzi della banda senza nome, nel momento
in cui i protagonisti sono sbalzati nella dura temperie di una guerra fratricida,
lontano della rosea realtà dei giochi e delle fantasie infantili,
alimentati dalle scorribande per gli antri segreti della montagna e dalla
pesca dei mitili sul fondo sabbioso del lago.
Se
Creva trae nome dalla profonda fessura scavata dalla Tresa nel disteso
pian'alto fra la cresta delle Brughiere e le pendici di Montegrino, dividendo
così l'abitato da quello di Voldomino, in antico assai più popoloso,
il connotato naturale è oggi difficilmente avvertibile nella dilatata
urbanizzazione venuta in seguito e incrementatasi sino ai nostri giorni.
Passata da poco la metà dell'Ottocento, una stirpe di industriali
svizzeri del Canton d'Argovia, gli Hussy, decideva di insediare in riva
alla Tresa, laddove sorgevano dei piccoli molini, un cotonificio che sfruttò dapprima
l'energia delle acque, poi si volse al vapore e all'elettricità del
resto successivamente prodotta in loco da un impianto idroelettrico. Due
e giganteschi furono gli stabilimenti Hussy, cui si unì quello degli
Steiner. Nel giro di qualche decennio il piccolo nucleo di case, raccolto
intorno alla piazzetta, si dilatò in capannoni, alloggi popolari
e dormitori per le donne che scendevano dalle valli a trovare un riscatto
economico e sociale, duro da raggiungere e pagato intanto con il disumano
lavoro di fabbrica; e quanti fanciulli insieme a loro, per dieci-dodici
ore al giorno! Qui si sono costruite le fortune di Luino, che senza il
suo sobborgo operaio mai sarebbe diventata città, anche se orpelli
e luci, negozi e giardini pubblici, si sono moltiplicati solo nel centro.
Più verso Luino si installarono la fornace dei Boffacchi e altre
fabbriche intorno; ma anche i pachi delle ville che i vari rami degli Hussy
si costruirono, scaglionate a regolari intervalli tra la fabbrica e il
centro del borgo. A lato della dolce salita (la "via di Creva" resa famosa
da due intense liriche di Vittorio Sereni), poco dopo il 1880 fu costruita
la linea ferroviaria tra Luino e Ponte Tresa, inizialmente con sbuffanti
locomotive a vapore, poi a trazione elettrica. Fu soppressa durante la
guerra, perché avrebbe agevolato gli espatri clandestini, il forte
flusso di fuggiaschi che da Luino e Voldomino fu convogliato attraverso
Creva e lungo la Tresa. La ferrovia fu poi sostituita da un'agevole strada
provinciale. Il centro dei Creva ha assunto una sua fisionomia quando venne
costruita la chiesa della Madonna di Lourdes, 'santuario" luinese consacrato
nel 1911 e dal 1926 parrocchia indipendente, i due campanili, ideati dall'arch.
Morandi, sono da allora simbolo del sobborgo.
Nel dopoguerra l'espansione urbanistica di Luino ha sfruttato la vasta
risorsa di campi rimasti fra ville e fabbriche, un tempo vigneti, come
ancora il nome di Ronchetto; poi ha aggredito la collina di Moncucco, lungo
la nuova via Cervinia, sino alle soglie delle Brughiere, la lunga cresta
boscata già comunale e dal comune venduta a fine '800, poiché non
più frequentata per la libera raccolta di legna e strame. Il Moncucco,
detto "dei giochi" certo perché ospitava uccellande e già ricco
di prati e frutteti si è coperto di case, tanto da richiedere una
propria scuola, come poco prima l'aveva ottenuta Creva. La spinta demografica
ahimé si è arrestata e la scuola è chiusa. Come chiusero
i cotonifici. anche se uno di essi è stato felicemente recuperato
da un'industria giovane, la IMF, che porta ancora il nome di Luino nel
mondo.
Nonostante che sia tagliato a metà dalla via Ciro Menotti, l'omonimo "villaggio" non
prende nome dal martire del Risorgimento bensì da Carlo Menotti,
personaggio di grande rilievo nella seconda metà dell'Ottocento.
Proveniva da Cadegliano e giovanissimo si era arruolato tra i garibaldini
della III guerra d'indipendenza. Subito dopo aveva trovato lavoro nell'edilizia
a Vienna, seguendo la tradizione di tanti emigranti della nostra regione,
nel 1870 capì al volo quale immenso mercato si aprisse per un imprenditore
abile e spregiudicato a Roma, nuova capitale d'Italia. Si trattava di costruire
ministeri ed uffici pubblici, abitazioni per i burocrati che sarebbero
confluiti da ogni parte del regno.
In breve Menotti divenne il primo gran «palazzinaro» della
capitale. Lottizzò i "Prati" per farne un grande quartiere residenziale,
assunse l'appalto per la costruzione del Palazzo dì Giustizia; contribuì insomma
a dare un volto alla Roma umbertina. Giunto all'apice del successo economico
tentò la carriera politica, dapprima all'amministrazione provinciale
e poi conquistando un seggio a Montecitorio. Fu accusato di procurarsi
l'elezione con mezzi spicciativi; alla Camera si schierò tra i fedelissimi
di Crispi e ne segui il declino. Giunse il momento per lui di ritagliarsi
un'oasi di pace nelle terre d'origine. Scelse Luino, donde proveniva la
moglie, una Ferrario, e vi acquistò una bella villa del primo Ottocento,
con largo contorno dì parco e terreni. Volendo lasciare la propria
impronta ne costruì una seconda, decorando atri e terrazze con pregevoli
sculture, fra l'altro una statua di Giacomo Leopardi, opera di Odoardo
Tabacchì, finita presso la Fondazione Marazza di Borgomanero (l'on.
Marazza era imparentato per via madre con i Menotti).
Le arie del Verbano non furono propizie alla rielezione; la candidatura
nel collegio di Varese fu stroncata da un vigoroso intervento di Felice
Cavallotti che dall'arena di via XV Agosto (ragion per cui non può correre
buon sangue con il rione Risorgimento) sferzò il <capitan d'industria> che
s'era fatto strada in politica con il peso del suo denaro. Luino tuttavia
deve molto ai Menotti. A parte le belle ville, cedute dai lontani eredi
al comune e oggi sede del centro di scuole superiori, Carlo Menotti fu
munifico con la Società Operaia e con l'Asilo, promosse la fondazione
di una Biblioteca pubblica; non riuscì nell'impresa che di tanto
in tanto viene riproposta, la creazione d'una zona franca doganale al di
qua del Tresa. Postuma elargizione degli eredi al comune di Luino é stata
la torre di Mesenzana che l'unico figlio, prima di scivolare nell'insania
mentale, aveva fatto restaurare.
Il rione comprende le aree di altre ville ottocentesche, sorte per sfruttare
la bella posizione panoramica, quelle dotate di parco o compendio agreste,
lottizzate per l'espansione edilizia dei nostri anni; sono poste a cavallo
della strada che collega con Lugano, secondo Piero Chiara percorsa da Giacomo
Casanova, quando da Lugano si recò a visitare l'Isola Bella. Passò nei
pressi della chiesa di S.Zenone che sorgeva alta sull'abitato di Luino
e che ai tempi di san Carlo già era in rovina. Anche lui avrà ammirato
l'ampio panorama che si gode da questi amenissimi colli.
L'antico
nome di "motto o motta" per indicare le montagnole é pertinente
a raggruppare gli agresti villaggi di Bonga, Roggiolo, Longhirolo Pianazzo,
distribuiti su vari cucuzzoli. Si alternano nei nomi locali i segni della
intrusione umana con quelli della dominante cornice naturale. Parlano di
una tenace colonizzazione condotta nei secoli e sino ai gironi nostri Villa
Cristina <già luogo di cura frequentato da ospiti illustri),
Poppino (forse un'antica pupina, taverna per il viandante che si avviava
verso la valle del Consiglio Maggiore o Dumentina),il Refinato (nostro
piccolo Finale, a ben distinguere il confine di Dumenza), il Torchietto
(nei ronchi" vicini si coltivava la vite e gradevole doveva essere il vino
di queste assolate pendici), le Pezze (porzione di terre divise, prati
vigne o coltivi, pertinenti ai particolari entro l'universo dei vigani,
comuni al villaggio), Fornasette (a mala pena si riconosce la presenza
di piccole fornaci per la produzione di laterizi, del resto diffuse un
tempo nel vicino Malcantone). Denunciamo invece la natura selvatica e boscosa
dei luoghi e insieme antichi flussi linguistici i Paü (il fondo paludoso
della convalle fra le pendici della Bedea e la cresta selvosa delle Brughiere),
Valdo (il germanico wald, ossia bosco), Cucco ("altura tondeggiante"),
Trebedora e Bedea (entrambi i nomi denotano la presenza di betulle, la
specie vegetale dominante a queste quote). In effetti gran parte delle
risorse boschive di Luino sono concentrate nel lineare sviluppo del versante
che fa da alto e maestoso fondale al borgo; e quei di Luino non hanno potuto
trovare niente di meglio, per nominare il centro sportivo, che intitolarlo
alle "Betulle". Poco più in là, in comune di Dumenza, verso
il Palone, le Torbere denota-no una vasta piana, antica palude, che fu
nel secolo scorso sfruttata per cavare torba, combustibile utile per le
molte fornaci dei dintorni. Dal Palone Luino trae l'acqua per la popolazione
cresciuta negli anni, cui non basta più il geniale acquedotto progettato
dal geometra Sbarra, che ha principio presso Dumenza e sfrutta le sorgenti
di Limito. Una lunga galleria sottopassa le propaggini della Bedea e porta
l'acqua nei serbatoi del Rebisello e del Dazietto, le cui grandi dimensioni
derivano dall'intento di sfruttare il salto fra Dumenza e Luino per la
produzione d'energia elettrica; ne fruirono a quanto pare il primo impianto
di illuminazione pubblica e in seguito anche la produzione di magnesia
al Dazietto.
Fedelissimi a Luino, i nuclei sparpagliati hanno trovato nel 1912 una unità con
la propria parrocchia, dedicata alla Madonna Immacolata e poi anche con
la scuola evitandosi così ai bimbi la trasferta sino al borgo, faticosa
sotto la pioggia e d'inverno, ma anche allietata dall'avventuroso pattinaggio
sulla neve e il ghiaccio di via Lugano. La gente delle Motte, ultima ad
abbandonare il lavoro dei campi, si è mostrata tuttavia Operosa
in Ogni parte del mondo. Se il diffusissimo cognome Ferrari può far
pensare che in antico una ferriera sorgesse presso i boschi, indispensabili
per alimentare i rudimentali forni dell'epoca, più di recente moltissimi
Ferrari (e Gianoni, Alioli, ecc.) hanno persino varcato gli Oceani come
cuochi di vaglia, ovunque ricercati per la loro abilità.
É pacifico che se un rione ha il titolo di rappresentare Luino, è quello
che si raccoglie attorno al "porto vecchio" e quindi ha diritto a qualche
riga in più. Sino al 1850 costituiva l'intera Luino: non contavano
le propaggini, come il Carmine, nido dei sobillatori Carmenitt i quali
osavano contestare la precedenza all'unica confraternita degna del borgo,
quella del Ss. Sacramento; si tace della polverosa piazza "Palét" e
delle osterie per i viandanti, la Beccaccia e la Villetta. Luino si raccoglieva
sulla destra della Luina, che qualcuno dice gli abbia in tempi remoti trasmesso
il nome, tratto dalle forre che il fiumiciattolo attraversa, lüina
indicando nella lingua corrente scoscendimenti e frane. Ciò non
autorizza nessuno a insinuare che il rione sia "una frana". Fu nefando
segno di cedimento che la si coprisse, la Luina; errore degli antenati
che prepararono la prevaricazione dei quartieri "della ferrovia" e tolsero
ai vecchi Lumesi il piacere di lavare i panni in un fresco rivolo d'acqua
chiara e di sostare sul ponticello, rimasto senza sponde sino al giorno
in cui la carrozza dei Crivelli ne era precipitata, mandando a mollo quei
magnanimi lombi.
Due le contrade storiche che partendo dal lago si congiungono alla chiesa
parrocchiale dei Ss. Pietro e Paolo, voluta da san Carlo all'interno dell'abitato,
dopo che il medioevo l'aveva confinata nel pieno della campagna:
dei Mercanti, la principale di Luino sino ad ieri, dell'Officio (ora Via
Manzoni), perché vi sorgeva l'officio di giustizia e vi ebbero sede
i podestà prima dei Rusca, poi dei Marliani e dei Crivelli. Tempi
tristi se di tanto in tanto si alzava la forca sulla piazza a lago; e la
confraternita del Santissimo accompagnava il condannato al patibolo. Ma
anche tempi d'oro, poiché Luino s'ingentiliva via via con la
chiesa dei Marliani, il bel S. Giuseppe; e le case nobiliari dei Lumi,
sei Rossi, degli Stringhelli e poi dei Belloni, Boscetti, Ferrini.. Vero è che
del gigantesco palazzo ideato da Felice Soave per i Crivelli si giunse
a costruire soltanto le due ali; ma in esse, con qualche profanazione,
trovarono poi posto il municipio e la nostra (quando era nostra) Banca
Popolare. Dirimpetto si fece anche peggio perché si terrapieno la
spiaggia per accogliere i trenini a vapore della Luino-Ponte Tresa. lì mercato
si teneva sulla piazza che poi si chiamò del battello, prima che
le bancarelle fossero risucchiate verso il nuovo "centro", una sfilata
di palazzacci pretenziosi nemmeno da confrontare con la composta grazia
dello spregiato "quartiere giallo". Né si vorrà confrontare
il nuovo porto con il vecchio e le sue 'torrette', dove si acquattava sottovento
un personaggio di Piero Chiara, ad annusare gli aromi portati dal vento,
il sentore d'una lontana Giuditta... Uno scrittore come lui non poteva
che nascere qui, nella casa sopra le Due Scale. Come più in là,
nella via che porta il nome Vittorio Sereni. Benvenuti sulle strade i nomi
dei due grandi scrittori, dopo il turbine di intestazioni 'politiche' per
cui la contrada dell'Officio venne dedicata prima all'anticlericale deputato
di Luino e Gavirate, Giuseppe Ferrari, e la via vicina al XX Settembre;
per poi diventare via Manzoni e XI Febbraio. Resti ormai il Cavallotti
della contrada maggiore, poiché il popolo sempre gli fu affezionato.
lì risorgimento fu vissuto in queste vie; dal ponte sulla Luina
Garibaldi guidò nell'agosto 1848 le camicie rosse alla conquista
della Beccaccia; vent'anni dopo, lui vivente, sul luogo della battaglia
fu alzato il primo dei tanti monumenti che gli furono dedicati in Italia.
Non
s'azzardino, i Luinesi del "centro" a toccare la sacralità del più antico
centro di fede sorto sulle nostra rive, quella chiesa di S. Pietro che
sin dal 300 fu la parrocchiale di Luino e che sorse in campanea perché così si
usava, quasi a scostare la sede del divino dai luoghi delle quotidiane
miserie umane; o più semplicemente per collocare la chiesa nel baricentro
degli abitati sparsi. Qui da sempre hanno l'estremo riposo i Luinesi, come
l'ebbe il beato lacopino, sepolto presso la cappella che forse vide un
giovanetto Bernardino, sceso dalla natia valle dumentina, muovere con grazia
inconsueta, i pennelli sul muro. Qui sono le scuole primarie, il grande
palazzo fu costruito agli albori del secolo (poi duplicato negli anni Sessanta>.
Anche se ristrette in una cornice rigida e in aule male illuminate, da
qui sono passate tutte le generazioni dei nati a Luino.
L'altro polo del rione, donde esso trae nome, è Piazza Risorgimento.
Rispetto alla frastornata via Veneto è questo un centro più riposato,
dove le propaggini commerciali di via XV Agosto e XXV Aprile si riuniscono
a una verde pausa di quiete. Qui fu collocato, quando ancora si credeva
nei valori della patria, il monumento ai caduti. Intorno si sono venuti
volgendo all'uso pubblico i giardini di dimore signorili. La cavea del
teatro all'aperto ricavato nel parco già dei Ferrini accoglie d'estate
spettacoli e intrartenimenti; dal lago il percorso culturale trova svolgimento
appropriato e si completa nel costituendo museo di Villa Hussy e nel Teatro
Sociale, vivente testimonianza della solidarietà che unì umili
lavoratori nella Società Operaia di Mutuo Soccorso. Fu costruito
su progetto del solito geometra Sbarra, cui veramente Luino deve molto.
in edifici, strade, impianti pubblici. Il triangolo si completa con l'Ospedale.
L'angusta e oggi demolita sede di piazza S. Francesco, già casa
d'abitazione di Giovanni Lumi Confalonieri che era stato il munifico fondatore
del pio luogo, lasciò il posto agli inizi del nostro secolo alla
nuova sede che cresciuta e articolata, in mezzo a mille difficoltà,
resta pur tuttavia il cuore assistenziale di Luino. Non a caso lo fiancheggia
il Ricovero Mons. Comi, anch'esso risultante dalla beneficenza d'un Luinese,
l'insigne prelato che gli ha lasciato il nome. Qui trovano sede accogliente
coloro che animarono la vita luinese del passato a cui idealmente va dedicato
il gioioso rinnovamento del folklore cittadino. Sono distribuite lungo
le vie solari del quartiere alcune delle ville costruite dalle famiglie
svizzere degli industriali che per un secolo contribuirono grandemente
alle fortune industriali di Luino. Una di esse, oltre ad ospitare nel parco
le scuole elementari, è ,divenuta sede della Comunità Montana
che riunisce tutti i comuni dell'antica pieve di Valtravaglia. A scegliere
un simbolo del rione, in cui abbondano giardini antichi e recenti, si sarebbe
tentato di indicare il gigantesco rododendro che ne veglia l'ingresso.
Ma il quartiere si estende sino al ponte di Voldomino, dove sorgeva la
chiesetta di S. Cristoforo; dove sorsero gli stabilimenti Battaglia che
esportarono macchine tessili persino nella Russia degli zar; e molti luinesi,
anche donne, le seguirono per installarle e insegnarne l'uso.
Erano in antico i «Molini» di Voldomino. Una roggia «molinara» fu derivata dalla Tresa e attraversava l'abitato; restò scoperta sino agli anni 50. Si interrava poi sotto edifici che ospitarono varie industrie, segherie e persino una cartiera (l'energia idrica serviva per la "follatura" della carta, cioè la battitura con martelli azionati da una sorte di albero a "camme"). L'esistenza di una roggia "Mantechera" che confluiva nella Margorabbia può far pensare all'esistenza anche di industria siderurgica, poiché i mantici necessari per rinvigorire i fuochi erano allora azionati con meccanismi ad acqua. E d'altra parte certo che ferriere siano esistite, oltre che nella vicina Ferrera, anche nel Luinese sino dal XIV e XV secolo. La Roggia Molinara alimentò più tardi anche la prima sede della ditta Ratti; il movimento delle macchine veniva fornito da turbine idrauliche. Altre industrie vennero poi affiancandosi; dall'Antisettica, cotonificio attivo nella prima parte del secolo, a reparti sfollati della Aeronautica Macchi durante la guerra; alla Fina, nastrificio da poco trasferito ai Premaggi di Germignaga, alle officine Ghiringhelli, leader anche all'estero nella produzione di rettificatrici di alta precisione. Il piccolo nucleo si è molto sviluppato in questo dopoguerra; alcune vie si sono dipartite verso sud, accogliendo una cappella di S. Rita, cui si rivolge devozione di popolo, e quartieri di case "popolari". Da ultimo un nuovo centro di vita ha accolto una nuova e bella chiesa, dedicata al S. Cuore di Gesù. La fratellanza con Voldomino Superiore non esclude motivi di rivalità: quei di Sopra ora sono imputare a una cava di sabbia di erodere le fondamenta dell'Asilo, caro a entrambe le comunità. Ed era invece Voldomino di Sotto a dar le sue viscere per fornire la materia con cui si costruiva Luino. Competono al rione i ponti sulla Tresa. Quello più a valle, greve e massiccio, sostitui precedenti ponti in legno. Fra i patrioti luinesi dell'agosto 1848 nacque una polemica, poiché a Germignaga si era tempestivamente presidiato il ponte e nessuno aveva invece messo guardie a Voldomino; donde se la filò indisturbato il presidio austriaco. Poiché di tanto in tanto la Tresa spazzava via i piloni su cui appoggiavano le travature, a fine '800 venne in mente ai Luinesi d'Oltretresa di costruire una passerella pedonale; la progettò il peraltro meritorio geometra Sbarra, sospesa a due cavi come una miniatura del ponte di Brooklyn. Fu un fallimento, come altre invenzioni dei Luinesi, che pretendevano anche di imporre un pedaggio agli allora autonomi Voldominesi. La sentenza fu pronunciata dai monelli che per gioco cadenzavano il passo sull'esile struttura, facendola paurosamente oscillare. Più elegante il ponte verso monte, costruito in unica arcata in cemento armato per servire alla ferrovia elettrica Luino-Varese. Ampliato per la sede stradale, costituisce oggi la più diretta via d'accesso ai due VoIdomino. Con l'acqua quindi Voldomino Inferiore ha sempre avuto a che fare, anche con quella delle alluvioni, e col palio remiero si trova a suo agio; con un pizzico di monelleria, nella memoria dei ragazzini che ancora un secolo fa nella Tresa nuotavano e giocavano ignudi, suscitando la generale riprovazione dei benpensanti.
In
barba a quel che pensano i Luinesi del "centro" i più importanti
nuclei medievali della zona furono Voldomino (e, occorre ammetterlo, Germignaga).
Luino era soltanto un villaggetto di pescatori, quando sullo sperone a
specchio del "laghetto" sorgevano torri e fors'anche una cinta muraria,
con le sue porte, a denotare una presenza signorile che trova ulteriore
indizio nell'attestazione medievale di una famiglia Catanei di Voldomino,
esito di quelle compagini nobiliari, i "capitanei" che assumevano il "dominato" su
pievi o villaggi. E anche Voldomino, non meno di Luino, era già abitato
ai tempi dei Romani, come hanno dimostrato i ritrovamenti di tombe.Certo
gli altri scherzano sullo scomparso Laghetto, che doveva essere una pozzanghera;
ma prima che si interrasse, i "nobili" di Luino se lo tenevano ben caro
perché ne traevano lucro affidando le peschiere che vi erano installate.
Del resto ad esso torna ancor utile dato che vi si costruisce persino la
pretura; si tace qui lo sfregio dell'impianto di depurazione che tratterà tuffi
i rifiuti di Luino; quando il lago sarà tornato limpido nessuno
riconoscerà il merito del sacrificio a Voldomino. Voldomino è stato
comune a sé sino al 1928 quando fu arbitrariamente accorpato con
il vicino "comune della ferrovia», anche se ne ebbe una propria,
quella che collegava Luino a Varese. Transitarono una mattina, sulle bianche
vetturette, Vittorio Sereni e Vasco Pratolini; leggendo il nome della stazione
allo scrittore toscano venne spontaneo il raffronto, «Voldomino, "volto
di Dio"»: non era vero naturalmente, ma bello pensare che sia vero
e lasciare le etimologie correnti che parlano di "guado" o "bosco" d'un
laico signore...Al Servizio divino sono comunque dedicate due chiese, nel
cuore dell'abitato. La parrocchiale è dedicata a S. Maria Assunta
e subì nei secoli molte trasformazioni; più non si riconosce
la chiesa alto-medioevale il cui orientamento da ovest ad est fu mutato
in quello da nord a sud; l'altare fu consacrato da san Carlo che anche
vi pronunciò un'omelia, poi data alle stampe; il campanile è stato
ricavato da una delle antiche torri. La chiesa di S. Biagio si adorna con
affreschi del primo Cinquecento, opera d'un pittore locale, Guglielmo da
Montegrino, a cui si attribuiscono opere sparse in pieve di Valtravaglia.
Non va dimenticata una terza chiesetta, dal rustico e grazioso campaniletto
romanico, S. Quirico di Biviglione, un minuscolo abitato sperduto nella
gran quiete dei boschi verso Cremenaga. Anch'esso prende nome dall'onnipresente
betulla. Negli anni tristi 1944-45 Voldomino fu nel Luinese il cuore della
ribellione contro ideologie aberanti. Un parroco coraggioso, don Piero
Folli, si prodigò per aiutare la fuga in Svizzera di ebrei e perseguitati
d'ogni provenienza pagando con il carcere il suo ardimento; non esitò per
la bisogna ad affidarsi ai contrabbandieri del posto. Alla Cera una banda
partigiana che vi era nascosta fu sorpresa dai fascisti e molti giovani
sacrificarono la loro vita per la libertà di tutti. Una cappella
ricorda agli immemori quei "ribelli per amore".